Son tanto brava

di Sibilla Aleramo (da "Momenti", 1921)

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio
quasi fossi un uomo.

Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano:
«Sera, sera dolce e mia!»

Sembrami d'aver fra le dita
la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo,
sguardo sperduto, e vene.

Il peso invisibile: dover faticare il doppio

I versi di Son tanto brava catturano in modo magistrale una dinamica psicologica e sociale che molte donne conoscono intimamente: la necessità di doversi sforzare di più, di dover faticare il doppio per essere prese sul serio o semplicemente per sopravvivere in un mondo costruito su misura per gli uomini.

Nel primo incipit, la Aleramo descrive la costruzione di un'armatura quotidiana. Essere "brava" non significa qui essere buona, ma essere impeccabile, performante, accondiscendente ("comprendo, accetto"). C'è un costo emotivo altissimo in questo: la repressione della propria sensibilità ("non piango"). In una società patriarcale, l'emotività femminile è da sempre sminuita come debolezza o isteria. Per farsi strada, per rivendicare uno spazio di dignità, la donna deve spesso sopprimere la propria natura e adottare codici di comportamento maschili ("quasi imparo ad aver orgoglio, quasi fossi un uomo").

Ma questo sforzo di continua "traduzione" di sé stesse è estenuante. Non si tratta solo di fatica fisica, ma di un gigantesco carico mentale. Le donne sono storicamente chiamate a essere accoglienti, a comprendere gli altri, a gestire le crisi, a mantenere la facciata. Quando cala la sera e il ruolo sociale viene meno ("al primo brivido di viola in cielo"), la maschera si sgretola. Quella che per l'uomo lontano è un'attesa romantica ("Sera, sera dolce e mia!"), per la donna è il momento del collasso emotivo. Sente addosso "la stanchezza di tutta la terra", una spossatezza atavica, generazionale. La donna si ritrova spogliata delle difese erette con tanta fatica durante il giorno, ridotta alla sua vulnerabilità più cruda: solo occhi che guardano il vuoto e sangue che scorre nelle vene.

Biografia di Sibilla Aleramo (1876 - 1960)

Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio (detta Rina), nasce ad Alessandria nel 1876 ed è considerata una delle madri del femminismo in Italia. La sua vita fu segnata dal trauma fin dalla giovane età e divenne una continua, faticosa lotta per l'autodeterminazione.

Trasferitasi nelle Marche seguendo il lavoro del padre, a soli quindici anni fu vittima di una violenza sessuale da parte di un impiegato della fabbrica paterna. Come imponeva la crudele morale dell'epoca, fu costretta a un "matrimonio riparatore" con il suo stupratore. Da questa unione, segnata da violenze e soprusi psicologici, nacque il figlio Walter. La disperazione e il senso di prigionia la portarono a tentare il suicidio.

Tuttavia, Rina trovò la salvezza nella scrittura e nella presa di coscienza politica. Capì che per sopravvivere e non soccombere doveva compiere una scelta radicale e lacerante: abbandonare il tetto coniugale. A causa delle leggi del tempo, questo significò dover rinunciare all'amato figlio, una ferita che non si rimarginerà mai per il resto della sua vita.

Trasferitasi a Roma nei primi del '900, assunse lo pseudonimo di Sibilla Aleramo. Nel 1906 pubblicò Una donna, un romanzo intensamente autobiografico che ottenne un successo straordinario in tutta Europa. Il libro non era solo la sua storia, ma una lucida denuncia della condizione di sottomissione femminile, rendendolo il primo vero romanzo femminista italiano.

Da quel momento, la Aleramo visse liberamente le proprie passioni e la propria vocazione letteraria. Ebbe intense e spesso tormentate relazioni sentimentali con alcune delle menti più brillanti della sua epoca, tra cui Giovanni Cena, Vincenzo Cardarelli, Umberto Boccioni e, soprattutto, il poeta Dino Campana. Partecipò attivamente alla vita culturale e politica italiana, impegnandosi a fondo in campagne per il diritto di voto e per l'istruzione delle donne.

Morì a Roma nel 1960, lasciando un'eredità letteraria e morale inestimabile per le generazioni di donne successive.